Reato di mancata carezza

da Calo
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La camorra spiegata agli scugnizzi

​Titolo: La camorra spiegata agli scugnizzi

​Autore: Rosario Esposito La Rossa

​Editore e Anno: Einaudi Ragazzi, 2020

 

Nell’introduzione, l’autore si presenta senza filtri: chiarisce subito di non essere uno studioso, ma di parlare spinto dal trauma di aver perso un familiare, vittima innocente della violenza criminale. La sua analisi è frutto di oltre vent’anni di impegno sociale a Scampia con i ragazzi della Scugnizzeria, la sua casa delle opportunità.

La storia si svolge all’interno di un carcere, dove un gruppo di giovani detenuti sta preparando la messa in scena de La Tempesta di William Shakespeare. Il capolavoro shakespeariano non è una scelta casuale: i temi dell’isola-prigione, del naufragio, del potere e soprattutto della possibilità di perdono e riscatto risuonano direttamente nelle vite dei ragazzi. Attraverso le prove dello spettacolo, i botta e risposta e le interruzioni dei dialoghi, la narrazione analizza le dinamiche della camorra, come il racket, lo spaccio e la falsa promessa di soldi facili, mettendole a nudo.

L’intreccio tra il testo de La Tempesta e i racconti delle storie dei ragazzi crea un cortocircuito emotivo efficace, mostrando come un’opera classica possa parlare alla realtà di oggi.

“La camorra spiegata agli scugnizzi” è un testo coraggioso e di profondo valore civico. Usare La Tempesta di Shakespeare in un contesto carcerario permette a Rosario Esposito La Rossa di trasformare un libro sulla legalità in una concreta lezione di riscatto umano attraverso la cultura.

Fortunato Assante è un attore di quarant’anni, celebre ma che nessuno conosce davvero, senza un euro e arrivato lì solo perché la sua compagnia ha vinto un bando, non per vocazione da educatore. I giovani detenuti sono del tutto diffidenti e si crea uno scontro immediato e privo di filtri. Quasi tutti se ne vanno subito, tra cui Papele, che lo definisce una lota e sputa sulla lavagna dove era scritto La Tempesta. Resta solo Mery, una ragazza trans di 16 anni con i capelli rossi e il rossetto acceso, che spiega con spietata lucidità a Fortunato dove sbaglia: “Quando entri qua dentro ti devi svuotare… Tu non ci devi giudicare. Chi sei lascialo fuori”.

Oltre a Papele e Mery, compaiono Tore e Cazzillo, il più piccolo di tutti, che puzza ancora di latte.

Fortunato legge i versi originali de La Tempesta, ma i ragazzi lo bloccano: “Spiegaci la storia a parole tue”. Quando Fortunato spiega che Prospero è stato tradito ed esiliato su un’isola, Papele coglie subito il legame con la loro condizione a Nisida: “Come noi. Qua siamo tutti esiliati”.

Fortunato spiega loro che fare Shakespeare ha senso solo se si decide di raccontare la propria tempesta, il proprio naufragio e l’esilio su quest’isola, perché il teatro è un modo per raccontare i propri vissuti protetti da una maschera.

Cazzillo e i ragazzi ribattono di non conoscere la lingua di Shakespeare, ma solo il napoletano. Fortunato accoglie questa verità e decide: “Avete ragione. Dovete parlare nella lingua dei vostri sogni… La nostra Tempesta sarà in napoletano”. Utilizzeranno la celebre traduzione de La Tempesta in napoletano realizzata da Eduardo De Filippo nel 1982 su richiesta di Giulio Einaudi. Eduardo, ormai quasi cieco, tradusse l’opera creando una vera e propria lingua teatrale, antica e moderna al tempo stesso.

Lo spettacolo dovrà andare in scena in un teatro vero, il Teatro San Ferdinando di Napoli, il teatro di Eduardo De Filippo. Quest’ultimo, nominato Senatore a vita nel 1982 da Sandro Pertini, dedicò il suo impegno politico ai ragazzi a rischio: con un discorso accorato al Senato chiese di prendere a cuore il futuro dei giovani le cui esistenze stavano facendo acqua. Proprio dai fondi della Legge Eduardo nacque il teatro dell’Istituto Penitenziario Minorile di Nisida, ovvero lo spazio fisico in cui Fortunato e i ragazzi si trovano seduti in quel momento.

Tore e Papele mettono Fortunato alle strette, accusandolo di essere lì solo per soldi e per vantarsi di lavorare con i ragazzi di Nisida, lasciandoli poi al loro esilio.

Fortunato ammette le sue colpe e mette a nudo la propria storia. Concepito dopo una violenza subita dalla madre ubriaca nei bagni di una discoteca, cresce senza padre e balbuziente. I compagni lo bullizzavano chiudendolo nei cassonetti e soprannominandolo Dadaumpa. Il logopedista lo manda a teatro, che diventerà la sua salvezza: imparando a memoria i versi di Shakespeare su un foglietto datogli dalla maestra Marina, smette di balbettare recitandoli davanti a Margot, il suo grande amore. Margot morirà anni dopo per un’overdose da eroina nel bagno di un Autogrill a Venezia, non prima di avergli recitato un passo di Antonio e Cleopatra.

Chiedendo ai ragazzi di chiamarlo Dadaumpa, Fortunato condivide con loro il proprio naufragio personale, mettendosi sullo stesso piano degli esiliati e stringendo con loro un patto di alleanza.

All’alba, sulle rive di Porto Paone a Nisida, Papele e Fortunato si ritrovano. Paragonando Nisida a un lazzaretto per gli immoccabili, si definiscono entrambi bimbi sperduti ed esiliati come Ulisse. Papele decide di recitare la parte di Antonio, il fratello traditore di Prospero, e rivela che la sua scelta deriva dal riconoscersi nel personaggio: spinto dalla miseria della famiglia, ha cercato il riscatto nella criminalità fino a commettere un omicidio. Spiega che la camorra non è quella definita dai vocabolari, ma è la rabbia, la reazione allergica dei “criaturi arraggiati” abbandonati dalla società e dalle istituzioni. Papele è stato condannato a 20 anni per l’omicidio a colpi di pistola di un coetaneo nel centro storico di Napoli. Confessa di essersi costituito per vigliaccheria e di essere tormentato dal ricordo di Patrizia, la fidanzata della sua vittima. Chiede a Dadaumpa un cardillo per far cantare in galera il proprio lato oscuro.

Una mattina, nell’Istituto Penitenziario Minorile, Mery raggiunge Fortunato nei bagni per parlargli lontano da occhi e orecchi indiscreti. Mery sceglie per lo spettacolo il ruolo di Miranda, mentre associa la figura di Calibano a un camorrista che l’ha violentata e sfruttata fuori dal carcere. Racconta del rifiuto materno subito per la sua identità trans: insultata come scuorno della casa, da Vincenzo si trasforma nell’aspetto in Mery e viene cacciata a 16 anni. Sulla strada cade nelle mani della camorra. Tentando la fuga a Capri per sentirsi libera, viene raggiunta dal suo aguzzino, picchiata e costretta a salire su una barca. Per difendersi gli taglia la mano con un coltello e lo sfregia al volto. Dopo l’aggressione si tuffa in mare e nuota di notte fino ai Faraglioni, dove viene arrestata la mattina seguente per atti osceni in luogo pubblico perché camminava nuda; oppone resistenza al brigadiere dichiarando di essere una sirena e di non poter essere arrestata, ma viene condannata a 8 mesi di reclusione.

Cazzillo, il più piccolo del gruppo, rifiuta lo spettacolo perché analfabeta e convinto che il teatro sia per colti. Dadaumpa gli assegna allora la parte di Ariel, lo spirito dell’aria, un ruolo che non richiede la lettura ma la gestualità.

Cazzillo spiega il ruolo dei bambini corrieri della droga, i muschilli, sfruttati dai camorristi per nascondere le sostanze nelle mutande in cambio di 100 euro. Suo padre lo ha denunciato per salvarlo dalla vita di strada, traumatizzato dalla morte dell’altro figlio Tonino, tossicodipendente e assaggiatore di droga per i clan, trovato morto in un cassonetto a 25 anni. Cazzillo è accusato di uno scippo ai danni di un’anziana trascinata a terra per 600 euro, accusa da cui continua a professarsi innocente in attesa di giudizio. Nonostante le visite del padre in carcere ogni martedì, Cazzillo rifiuta di abbracciarlo per il rancore legato alla denuncia, ammettendo però quanto gli manchino il calore e l’odore del fratello scomparso. Cazzillo ammette il potere di attrazione dell’ostentazione e dei soldi facili, mentre Dadaumpa gli ricorda la massima spietata dei camorristi: meglio ricco giovane che povero vecchio.

Durante le prove a teatro scoppia una rissa violenta: Abdul aggredisce brutalmente Tore e non si ferma neppure all’arrivo delle guardie. Viene estromesso dallo spettacolo e trasferito in cella di isolamento, dove manifesta la sua disperazione dando testate contro il muro.

Abdul racconta che a 14 anni è sopravvissuto a un naufragio in mare durante il quale la madre è annegata sotto i suoi occhi. Salvato da una nave diretta a Napoli, è arrivato in Italia senza più nulla. Un reclutatore lo toglie dai campi e lo invia a Bogotà come corriere della droga per muovere due chili di cocaina nello stomaco in cambio di duemila euro. Rientrato in Italia dopo due giorni di digiuno e nel terrore che gli ovuli si rompessero, viene portato in un garage a Roma. Lì subisce insulti razzisti e gli viene sfregiato il volto con un taglierino prima dell’estrazione chirurgica della droga. Nonostante l’operazione, il suo aguzzino pretende di più, insultando anche la memoria della madre. Abdul reagisce soffocandolo, rifiuta il ruolo di vittima sottomessa e si identifica in Calibano che si ribella a Prospero, rivendicando la propria dignità contro chi lo ha ingannato e sfruttato.

Suona la sirena nell’istituto: Treossa è riuscito a fuggire. La polizia e i secondini lo cercano ovunque, ma il ragazzo si presenta a sorpresa a casa di Dadaumpa per restituirgli il vestito di scena. Rifiuta di costituirsi e rivela di voler fuggire a Düsseldorf, in Germania, insieme alla sua compagna Maria, che è incinta. Vuole lasciarsi alle spalle la criminalità e aprire un’attività per fare le pizze fritte. Il vero nome di Treossa è Roberto, è stato condannato a 7 anni di reclusione per una rapina da 200.000 euro al Banco di Napoli, compiuta a volto coperto da una maschera da maiale e con una pistola giocattolo. Grazie al teatro e alla paternità imminente, ha trovato il coraggio di togliersi quella maschera di violenza.

Dadaumpa regala a Roberto il libro Favole di libertà di Antonio Gramsci per il bambino in arrivo. In cambio, Roberto gli affida la ricetta centenaria della pizza fritta della sua famiglia e gli chiede di pronunciare il suo vero nome durante la recita.

Mezzanotte porta fuochi d’artificio e festeggiamenti per l’onomastico di Giovannino, detto Pollicino, che compie 18 anni e il giorno dopo tornerà in libertà dopo tre anni di carcere.

La guardia anziana Totonno, prossima alla pensione, prepara una torta per i ragazzi e dimostra un affetto paterno verso Pollicino, augurandosi che fuori non commetta più errori e non torni mai più in carcere. Seguendo la tradizione di famiglia del bagno a mare di San Giovanni per lavare via i peccati, Totonno infrange le regole e porta i ragazzi a fare un bagno notturno a Porto Paone. Pollicino rivela la sua passione per i fuochi pirotecnici, considerandoli una vera e propria lingua d’amore capace di esprimere ciò che le parole non riescono a dire.

In un toccante monologo sul bagnasciuga, Pollicino confessa la verità sulla sua condanna. Ufficialmente arrestato per furto d’auto, rivela di aver abusato, insieme a un gruppo di ragazzi, di una donna asiatica sulla spiaggia di San Giovanni a Teduccio, lasciandola poi affogare in mare senza prestarle aiuto.

Sopraffatto dalla vergogna e dal senso di colpa per non essere mai stato punito per quel crimine atroce, Pollicino dichiara di non meritare la libertà né il ruolo del buono Gonzalo nello spettacolo: chiede solo un po’ di pace.

Entra nel gruppo un nuovo detenuto, Gennaro Russo, detto Principe, figlio di Pasquale Russo detto il Mastino, un potente boss della camorra ucciso in un agguato con 32 colpi di kalashnikov. La sua presenza incute profonda soggezione tra i ragazzi. Gennaro racconta di come il padre lo costringesse ad allenare e a sparare ai cani da combattimento. L’unico gesto d’affetto del padre fu regalargli il cucciolo zoppo di un cane da combattimento; Gennaro lo chiamò Rocco, ma la madre lo lanciò dalla finestra uccidendolo. Genny rivela di essere omosessuale e di essersi innamorato di Michele. Quando la madre scoprì la relazione, tentò prima di forzarlo a stare con una ragazza del rione e poi, accusando Michele di tradimento, costrinse Genny a ucciderlo davanti a tutta la piazza per difendere l’onore del clan. Davanti alla folla, Michele si spinse da solo sul pugnale tenuto da Genny, sacrificandosi pur di liberarlo. La madre lo ha fatto arrestare per farlo diventare uomo. Genny conclude il suo doloroso racconto chiedendo a Dadaumpa e a chi lo osserva di non vederlo come un camorrista o un pitbull, ma semplicemente come un ragazzo spezzato dall’odio e dall’indifferenza.

A 10 giorni dallo spettacolo serve un musicista per la tammorra. Mery rivela che Babbà la sa suonare benissimo, ma lui si rifiuta categoricamente poiché ha fatto un voto solenne alla Madonna che scioglie i nodi: non suonerà mai più finché la Vergine non scioglierà il suo grave peso morale. Babbà era un musicista devoto della Festa dei Gigli di Barra. Affascinato dai facili guadagni per sfuggire alla povertà, si era legato a un boss locale.

Mandato dal boss a intimidire Geppetto, il falegname del rione che costruiva le strutture in legno per i Gigli e che non riusciva a pagare l’estorsione prima della festa, Babbà riceve l’ordine di bruciargli la bottega. Durante l’incendio, Geppetto, che dormiva all’interno stanco per il lavoro, rimane intrappolato nelle fiamme. Sconvolto, Babbà corre a soccorrerlo e lo porta in ospedale. Geppetto si salva ma rimane cieco e gravemente ustionato. Quella notte, Babbà prega la Madonna promettendo che non avrebbe mai più toccato la tammorra se Geppetto fosse sopravvissuto; subito dopo si costituisce alla polizia addossandosi tutta la colpa. Dentro l’istituto, Babbà sta imparando il mestiere di falegname con l’obiettivo, una volta libero, di ricostruire da solo la bottega a Geppetto per rimediare al male fatto.

Mancano 24 ore al debutto e il teatro è sold out. I ragazzi vivono un momento di forte tensione e riflettono sulle persone amate o ferite che hanno invitato in platea, come il padre di Cazzillo, la compagna di Papele e il vecchio Geppetto.

Un’ora prima dell’inizio, Dadaumpa legge una lettera inviata da Treossa, ora latitante, il quale esprime profondo affetto per i suoi compagni di carcere, definendoli la vera famiglia che si è scelto, e augura loro di rimanere liberi e felici.

A pochissimi minuti dal via, i ragazzi si accorgono che Mery manca all’appello. Aprendo la porta del suo camerino, Dadaumpa scopre il suo corpo senza vita, impiccato al soffitto con un lenzuolo. Sul corpo di Mery ci sono chiari segni di violenza: la camorra l’ha punita per non aver dimenticato il suo passato, spezzando la sua felicità proprio un attimo prima del debutto nei panni di Miranda.

Lo spettacolo viene annullato, non ci saranno né applausi né standing ovation. Tra le lacrime, i ragazzi vengono riaccompagnati d’urgenza nel blindato diretto al carcere di Nisida, con la consapevolezza che la camorra non dimentica e che la tempesta non è finita.

Sul palco vuoto si accende un solo cono di luce. Entra Fortunato Assante, che si presenta come Prospero e confessa che l’esperienza con i ragazzi di Nisida lo ha trasformato, voleva cambiarli con il teatro, ma ha capito che la prigione annulla ogni incantesimo.

Annuncia ufficialmente al pubblico che lo spettacolo non ci sarà. Mery, la loro Miranda, è stata uccisa dal suo ex aguzzino-protettore per aver provato a liberarsi e riscattarsi.

Dadaumpa accusa direttamente il pubblico, lo Stato e le istituzioni del reato di mancata carezza. Definisce la società giudice feroce e maestra di guinzaglio, pronta a mettere la museruola invece di spezzare la catena della marginalità, pronta solo a punire e isolare questi giovani invece di capirne il dolore e offrire alternative.

Nessuno nasce violento, nessuno nasce cane da combattimento, sono i maltrattamenti, l’abbandono e l’odio della società a trasformare questi ragazzi in pitbull aggressivi.

Il momento culminante del libro coincide con il suo fallimento scenico, che rappresenta al contempo la sua più grande verità drammatica. Lo spettacolo al Teatro San Ferdinando, atteso e preparato con mesi di prove, non ha mai luogo. L’assassinio di Mery riporta bruscamente dalla dimensione del sogno a quella del contrasto criminale.

Il ritorno immediato dei ragazzi al carcere di Nisida all’interno del blindato della polizia sancisce la vittoria temporanea della realtà sulla finzione. Condannando la comunità che dimentica in fretta le tragedie, Dadaumpa chiede di chiudere il sipario per andare a dare l’ultimo saluto a Mery all’obitorio. Conclude citando La Tempesta di Shakespeare: «Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni». La chiusura suona come un monito amaro: la camorra non dimentica, e la società civile rimane complice ogni volta che sceglie di dimenticare a sua volta.

Il racconto è coinvolgente e fa comprendere il problema della camorra da un punto di vista diverso rispetto alla narrazione comune, dalla parte di questi ragazzi che si sono ritrovati in questo mondo, ci sono nati e non lo hanno scelto.

La conclusione drammatica mette ancora più in evidenza le storie raccontate nel libro e lascia un messaggio indelebile nella mente e nel cuore del lettore.

Ognuno di noi, nel proprio piccolo, dalle istituzioni ai singoli cittadini, deve fare qualcosa per risolvere questo grave problema: non rimaniamo indifferenti.

Complimenti a Rosario Esposito La Rossa!

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